lunedì 3 febbraio 2014

Movimento politico per Tsipras e gruppi identitari.

Nessun vero movimento politico può nascere da un pull ristretto di teste, siano intellettuali o siano dirigenti di partito, la storia recente lo ha mostrato in modo inequivocabile. La sola novità di questa iniziativa lanciata da un gruppo di intellettuali per realizzare una lista a sostegno di Tsipras leader della sinistra greca alle elezioni europee, è che essa costituisca la premessa di un processo inverso, da noi tutti cittadini italiani ad una rappresentanza democraticamente scelta e - si spera - eletta. Perché ciò accada è necessario che i gruppi dirigenti dei partiti facciano non uno ma due passi indietro, perché altrimenti resteremmo fermi al punto di partenza, e cioè un partito o somma di partitini di natura identitaria, arroccati al loro 1 %. I processi identitari sono importanti ma fuori del percorso elettorale, nella società, nei movimenti, nelle lotte locali. Un movimento  politico che oggi voglia avere una ragionevole speranza di contare qualcosa (per gli interessi dei suoi elettori) deve essere ampiamente rappresentativo, deve essere capace di contenere dentro un programma chiaro e impegnativo e regole morali condivise, la diversità identitaria (che per sua natura è esclusiva ed escludente): dobbiamo esigere un movimento politico rappresentativo degli interessi delle classi popolari, che sostenga l'idea di un diverso modello economico, che si batta senza esitazioni contro il liberismo dominante, che rompa la sinergia tra politica e gruppi economici, non abbiamo bisogno per questo di nasconderci dietro simboli e bandiere che potrebbero non rappresentarci.
L'appartenenza certo è un diritto ed è una forma di riconoscimento reciproco, cioè appunto di formazione di identità, nulla che debba essere marchiato, ma c'è un passaggio che ancora sembra tanto difficile a chi si riconosce nei partiti della sinistra, ammettere che si possa essere anticapitalisti e antiliberisti senza rientrare nelle categorie tradizionali, per esempio senza dichiararsi comunisti. Ecco è questo riconoscimento reciproco che ancora manca. E senza di questo ognuno resterà chiuso nel proprio angolo, sempre più piccolo (perché rifondazione è diverso da comunisti italiani, è diverso dal partito di Rizzo, da quello di Turigliatto, da quello dei trotzkisti, da Sel, dai verdi ecc. ecc.).
Perché allora non provare  a rovesciare la questione : troviamoci, discutiamone, ognuno con la propria identità, senza piagnistei, e senza rivendicazioni, perché nel frattempo, finché ognuno combatterà per la propria bandiera prima che per un programma comune, ... perderemo l'occasione e potrebbe essere davvero l'ultima.
Serve un programma e delle regoli morali solide. Di questo si dovrebbe discutere.

 Ma certo vedo troppa titubanza, incertezza, diffidenza nel campo della sinistra... e forse molti che dovrebbero assumersi delle responsabilità esitano a farlo. Questo è un problema.
Stefano Zampieri

martedì 26 novembre 2013

Una rivoluzione preliminare

Che la filosofia torni a occupare uno spazio pubblico è quanto ci si attende da tempo. La  sua progressiva emarginazione dalla scena politica e da quella esistenziale a favore di discipline più addomesticabili e più facilmente utilizzabili, come l’economia e la psicoanalisi, ha lasciato un vuoto di fatto che è all’origine di quell’effetto disorientamento che caratterizza certamente il nostro approccio collettivo alla dimensione politica.
Tuttavia, nel plaudire convinti a questo tentativo non si può non porre una questione preliminare necessaria onde evitare che questo progetto si areni nelle sabbie dell’accademismo o dell’estraneità di chi giudica e valuta senza essere parte in causa.
La questione è davvero seria: ciò che è in gioco è nientemeno che la natura stessa di ciò che intendiamo quando parliamo di filosofia. Qui non si tratta, sia chiaro, di distinguere una buona da una cattiva filosofia, questo è un problema ma successivo, non si tratta, tanto meno, di riprendere una vecchia e consunta distinzione tra teoria e prassi, no, si tratta di fare una mossa preliminare ad ogni affermazione di merito e di contenuto, si tratta di dare credibilità a chi parla.
E come è possibile farlo? La mia esperienza di questi anni di lavoro nel campo della disciplina filosofica, mi suggerisce una risposta netta che propongo alla riflessione pubblica di questo blog. A mio modo di vedere ( e questa limitazione non è retorica, è teorica) il gesto preliminare che rimette la filosofia nello spazio che fin dall’origine ha tentato di occupare, lo spazio della “politica”, è un doppio movimento coerente e simultaneo: il movimento dell’implicazione e quello dell’appropriazione. Da un lato il filosofo, o in generale, al di là dei titoli, chi voglia vivere filosoficamente, non può non aver piena consapevolezza del proprio essere parte, cioè dell’impossibilità di parlare da fuori, da un altro luogo, da un altro spazio. Siamo implicati, siamo presi in questa storia, in questa realtà, e ciò significa, abbreviamo molto, che siamo in una rete di relazioni che possiamo sciogliere o intrecciare ma non cancellare o ignorare, così che ogni nostro gesto impone conseguenze nella rete e quindi pone responsabilità che dobbiamo assumerci.
Dall’altro lato, se vogliamo muoverci sensatamente nel mondo, se vogliamo tenere un orientamento ogni volta che decidiamo di fare o di non fare, abbiamo bisogno di punti di riferimento, cioè di valori non banali, non casuali, non semplicemente assunti senza lavoro critico dall’ambiente e dal sistema delle opportunità e delle convenienze, ma che siano invece appropriati, cioè realmente fatti propri, assunti come carne e sangue della nostra esistenza.

È questo il gesto che, a mio modo di vedere, è necessario al filosofo che voglia tornare sulla scena pubblica e assumersi la responsabilità, insieme, dello sguardo critico sulla realtà, e della proposta di cambiamento. Non c’è alternativa, per uscire dal vuoto chiacchiericcio dei salotti, dobbiamo noi filosofi aver compiuto una profonda rivoluzione in noi stessi.
Maurizio Bianchi 
University of St Andrews
Membro del Ceppa - Centre for Ethics, Philosophy and Public Affairs


giovedì 21 novembre 2013

Nativi consumatori. Dobbiamo smettere di parlare di nativi digitali perché si tratta di un errore, di un equivoco, di una semplice suggestione, non è il termine giusto, i nativi digitali non esistono, i giovani di oggi sono semplicemente dei perfetti consumatori, la familiarità con i mezzi elettronici che si produce essenzialmente per abitudine, per esperienza, per continuità e certo si serve della flessibilità mentale propria del giovane, non produce tuttavia una radicale mutazione della struttura cognitiva dei ragazzi, ma tende piuttosto ad una condizione ben precisa e questa sì molto diversa da quella dell'adulto. Il giovane, proiettato immediatamente nella dimensione virtuale della rete, più che scoprirne le infinite possibilità di informazione, di apprendimento e di scambio, finisce per apprendere il meccanismo più semplice, fluido, flessibile, per diventare un perfetto consumatore. E diventare perfetti consumatori è l'obiettivo fondamentale di coloro che stanno in rete e attraverso la rete pensano di poter guadagnare tempo, comodità, semplicità. Con un solo clic, con la sola pressione di un tasto, possono acquistare il disco che hanno appena sentito, il libro di cui hanno sentito parlare, il telefono di nuova generazione, il computer, l'accessorio, ma oggi anche le scarpe, la camicia, il viaggio, non c'è attività che si faccia in rete che non abbia al suo fianco una possibilità di cliccare l’acquisto,  non c'è nulla che non si faccia in rete che non sia anche un comprare, non c'è un luogo interno della spazio virtuale della rete che non sia essenzialmente o marginalmente o in parte un mercato. Forse la definizione più corretta per lo spazio virtuale della rete è proprio questa, è lo spazio di un mercato globale nel quale non soltanto puoi acquistare in qualsiasi luogo della terra, in qualsiasi momento della giornata -  tempo e spazio sottratti alla vita e consegnati all’economia - , ma poi associare il gesto dell'acquisto ad ogni istante della tua esistenza, ogni gesto che tu compi ogni atto che tu fai, ogni interesse, ogni desiderio, ogni curiosità, può immediatamente essere trasformato in un acquisto, saltando i tempi degli spostamenti fisici, del traffico, degli orari di chiusura, evitando le difficoltà degli incontri con le persone, evitando la noia della ricerca dell'oggetto giusto al prezzo migliore, della situazione più idonea, un solo clic e il tuo desiderio è realizzato. Certo in tutto questo c’è una difficoltà che probabilmente al giovane non appare immediata, poter acquistare significa avere una carta di credito e avere una carta di credito significa avere del denaro disponibile, avere un lavoro, avere delle risorse. Ma il nativo consumatore così potremmo chiamarlo, il nativo consumatore non ha una chiara cognizione del denaro, si fida dell'idea del denaro virtuale, si affida all'idea del credito interminabile, capirà crescendo, capirà col tempo, che acquistare significa poter acquistare, che avere accesso al mercato non è da tutti anzi che il mondo si divide proprio in due parti: coloro che hanno accesso al mercato, coloro che non ce l'hanno.
Marco Molteni
Sociologo,  Université Paris-Sorbonne (Paris IV)

domenica 28 aprile 2013

Un nuovo soggetto politico? Post 2

 Elettori PD, SEL, IDV, RIV. CIVILE, M5S, : rifondare un #nuovosoggetto , un partito degli elettori.
Ora prendiamoci il tempo di ricominciare, su altre basi, dal sentimento condiviso degli elettori italiani, inutilmente scomposto dal punto di vista elettorale in voti distinti. Ritroviamoci, noi elettori, intorno a un programma serio (giustizia sociale, democrazia, solidarietà, nuovo modello economico) e imponiamo ai leader di accodarsi.
Ecco forse sta qui la novità possibile: l'idea che un nuovo soggetto politico non nasca dalle macerie di gruppi dirigenti sconfitti e incapaci di comprendere le ragioni della loro sconfitta. Ma dal sentimento condiviso degli elettori di sinistra, che è ampio, diffuso, chiaramente coerente intorno ad alcuni assunti di base, che solo il machiavellismo di politici assuefatti a prendere i voti in un modo e usarli in un altro, ha umiliato sistematicamente.
Difficile pensare che un elettore di sinistra (comunque abbia votato) sia contrario alla riduzione delle spese militari, alla scuola pubblica e alla sanità pubblica, alla lotta all'evasione fiscale, alla giustizia sociale, ecc.
Si tratat di fare un programma serio sulle cose che il nostro essere di sinistra ha sempre sentito come proprie, distinguendole dalle questioni di natura più strettamente simbolica o ideologica, che andranno riservate ai gruppi, alle associazioni, alle comunità identitarie ristrette. Il #nuovosoggetto deve puntare a includere, a unire, non a distinguere, non a definire amici e nemici, non a identificare traditori.
Per questo deve nascere non dall'alto dei vertici ma dal basso del sentimento comune degli elettori. oggi esistono gli strumenti per farlo. La rete può essere uno strumento (non LO strumento), il contatto personale, il DIALOGO tra gli attori di questo progetto è imprescindibile. Ci sono cose che non si possono dire a distanza, per condividete un sentimento comune bisogna guardarsi negli occhi.
Ciò esige un nuovo modo di intendere il rapporto politico.

lunedì 22 aprile 2013

Un nuovo soggetto politico? Post 1

Si parla oggi, di fronte allo sfacelo del maggiore partito della sinistra italiana, della necessità di ricostruire un soggetto politico in grado di rappresentare in modo ampio e realistico il sentimento politico dominante degli elettori di sinistra. E' un progetto importante, ma il rischio di partorire il solito topolino è anche più forte di sempre. Per molti motivi, sui quali sarebbe utile riflettere, comincerò oggi, in una serie di post, ad indicarne alcuni.
Il primo elemento di debolezza dell'attuale progetto di "ricostruzione" è certamente la debolezza dell'analisi critica che lo sostiene: perché nessuno dei soggetti che si sono proposti per rappresentare il mondo simbolico progressista è riuscito a guadagnare la fiducia dell'elettorato? Perché invece tale fiducia è stata ampiamente riconosciuta ad un soggetto sostanzialmente "impolitico" come il M5S?
Io credo che dipenda proprio dall'esaurimento storico di un intero mondo simbolico, fatto di bandiere rosse (ma ora anche multicolori, o perfino tricolori) , di canzoni simbolo (Bella Ciao più di Bandiera Rossa già confinata ai nostalgici, o dell'Internazionale, per amatori), di Numi tutelari (il Che, Gramsci, Berlinguer ma anche qui un mondo ampiamente contaminato da S. Francesco, Gandhi, o madre Teresa, Martin Luther King...), di Eroi del nostro tempo (Gino Strada, la Gabanelli, Don Gallo...).
Un soggetto politico che voglia proporsi per una ampia rappresentazione delle istanze progressiste non può più far conto sulla suggestione di questo mondo simbolico che infatti il M5S ignora. Non perché non abbia senso, ma perché non può che essere confinato nella dimensione soggettiva degli affetti, dei ricordi, della ricostruzione storica o anche agiografica, ma non del programma politico: commuoversi cantando Bella Ciao, può essere un bel modo per passare un sabato sera con gli amici per chi come non è non è più giovanissimo, ma non può essere il legame che fonda un partito.
Intendiamoci non sto affatto sostenendo che nel legame politico non ci sia affatto il movente degli affetti, della condivisione simbolica, e del sentimento, tutt'altro, sto dicendo che è necessario trovare e dare voce a nuove istanze, a nuovi valori a nuovi sentimenti e che proprio l'elaborazione di essi dovrebbe essere il primo lavoro per i ricostruttori della sinistra italiana..

giovedì 21 marzo 2013

LIBRO EVENTO 2013


IL LIBRO EVENTO 2013 NEL CAMPO DELLA CONSULENZA FILOSOFICA

MANUALE DELLA CONSULENZA FILOSOFICA
DI STEFANO ZAMPIERI
MILANO, IPOC, 2013, P. 197

Per leggere l'introduzione e il primo capitolo clicca qui: http://www.ipocpress.it/Manuale-della-consulenza-filosofica.shtml

lunedì 11 marzo 2013

Il fuoco di carta e la democrazia

Vorrei provare a riflettere intorno ad un equivoco in cui vedo cadere tanti amici: la democrazia nel web.
No, nel web non si realizza nessuna nuova modalità della democrazia.
Per spiegarmi userò una metafora che mi sembra efficace, quella del fuoco di carta: la carta s'infiamma facilmente, produce una fiamma alta e vivace, che brucia e scotta, ma non dura. Si spegne rapidamente e non lascia tracce. Nemmeno la cenere, niente. Questa è la democrazia nel web, istantaneità, rapidità, momentanea sintonia che si perde con la velocità con cui si realizza, perché non costituisce mai relazione.  Molti credono che la democrazia stia essenzialmente nel fatto di esprimere un voto. Ma non è così, il voto è solo uno degli strumenti della democrazia, e  per altro uno strumento assai imperfetto. Ma la democrazia è solo occasionalmente un voto, prima, ben prima essa è un confronto, un dialogo, nel quale le idee si mettono alla prova e le ragioni si compongono, si confrontano, si contrastano, si soppesano, ma per farlo è necessario esserci, essere lì, persone, corpi, voci, atteggiamenti, individui che si mostrano e si giudicano in termini di trasparenza, di verità, di storia personale e collettiva, di linguaggio, di atteggiamento, di disponibilità. Esattamente quello che manca alla democrazia del web, che è piuttosto una democrazia senza persone, senza sostanza, senza peso.
Da questo punto di vista il bellissimo slogan di M5S "ognuno vale uno" è certo efficacissimo da contrapporre a un ceto politico avido e corrotto che ha occupato solidamente ogni posizione di potere e difende i propri privilegi ad ogni  costo. Ma appare assolutamente inefficace, anzi produttore di effetti imbarazzanti perché incapace di determinare selezione per competenze e per capacità. C'è bisogno, certo, di un nuovo modo di intendere la politica, che non produca ceti privilegiati, ma che torni nella disponibilità di tutti i cittadini, ma ciò non significa che si possano estrarre a sorte i nostri rappresentanti, perché anzi in una società complessa come l'attuale dovremmo pretendere che chi ha responsabilità di governo e di rappresentanza, fosse selezionato molto severamente per onestà, ma anche per capacità, per competenza, per preparazione, per consistenza culturale. Il web lavora in direzione del tutto diversa, e fa emergere chi riesce ad avere un appeal occasionale, chi ha la battuta pronta, chi viene bene in un video... Non le persone con la loro consistenza, ma le immagini effimere, appunto come un fuoco di carta.
Infine c'è un terzo grave limite che il web sta mettendo in luce in questi tempi, proprio a danno del M5S che se ne è fatto paladino e sostenitore, ed è il fatto che per sua natura la rete non può sostenere alcuna forma credibile di verità e di sincerità, la macchina del fango che si è scatenata in queste settimane contro il movimento la dice lunga, foto contraffatte, discorsi fantasiosi, notizie farlocche, battute mai dette o enfatizzate ad arte, tutto un insieme di falsità, mezze verità, mezze omissioni, fantasie e bizzarrie che una volta immesse nel circuito  si diffondono come virus senza che sia mai possibile smentire, rivedere, rispondere, precisare. Da questo punto di vista il web è davvero una macchina infernale, ma lo è molto di più se chi lo frequenta crede che solo in esso si trovino  "le verità che gli altri non vogliono dirvi".
Altro che democrazia!